Not writing
e i pensieri che innescano i saggi brillanti
“There are years, days, hours, minutes, weeks, moments, and other measures of time spent in the production of ‘not writing’”.
No, non ha scoperto l’acqua calda Anne Boyer, poetessa e scrittrice americana (ne ho già parlato qui) in questo ultimo saggio pubblicato che si intitola Garments against women. Dedica un intero capitolo, forse due, sul non scrivere. Su tutto il tempo che dobbiamo passare a lavorare, pagate, a non lavorare ma a lavorare a casa, non pagate, al tempo dedicato alla cura degli altri, a fare la spesa, a pulire la lettiera del gatto, oppure il tempo trascorso con gli amici o a fissare uno schermo, o il vuoto, perché no, come se non fosse un diritto. Parla del tempo che scorre nella NON scrittura e non arriva a nessuna conclusione rilevante o che ti cambia la vita.
Per questo mi piace Anne Boyer, perché osserva, riflette, analizza ma non arriva con delle soluzioni e delle illuminazioni che ti fanno sentire stupida. Allora riflettevo, in battello tornando da Venezia, leggendo questo saggio quanto sia il mio tempo non dedicato alla scrittura. Praticamente tutto. Io non voglio scrivere o fare la scrittrice, quindi è ovvio che non lo sia, ma è anche vero che mi piace farlo, da tanti anni e in tanti modi diversi, trovo che mi imponga delle riflessioni che altrimenti scorrerebbero nella mia vita, e non mi piace lasciar andar le cose senza prima averle trattenute un po’, osservate, annusate, come quando mi stringo forte la Virgi, anche se i gatti odiano essere stretti, ma non voglio andarmene per tutto il giorno senza averlo fatto.
Eppure la maggior parte del mio tempo trascorre non scrivendo. Cioè a non fare una cosa che mi piace. A volte, con una invidiabile chiarezza se non fosse che è già lampante nella mia testa, mi rendo conto che vorrei scrivere un pensiero, ma poi passa. Non ho tempo, a volte voglia, a volte mi secca salire nella mia stanza (ho un portatile eh, potrei scrivere seduta per terra) ma è più facile sommare scuse su scuse, è più facile non scrivere. Perché scrivere, qui, su un file, su un libro, ovunque è sempre stato parte di me, con gli anni, ha assunto significati diversi e, soprattutto, una maggior difficoltà insieme a una maggiore consapevolezza. Adesso non ha più significato se non, dicevo, guardare le cose con un po’ di attenzione, condividere un pensiero, un libro, un’emozione che mi sfiora o che mi sposta di un metro. E siccome so come scrivono quelli bravi, siccome ne riconosco la fatica, la tecnica, l’audacia, l’istinto, ecco io io so di esserne dotata in scarsa parte. Tecnica, audacia, pazienza, qui mi manca tutto. Posso avere un po’ di istinto per le parole, dopo averne lette tantissime, ecco ho del suono nelle orecchie, quello che suona bene, diciamo che so comporre una melodia orecchiabile, ma non sono Bach. E la rimostranza che segue di solito è: eh ma tutti devono essere Bach? No, certo che no. Per tornare nel nostro non è che tutti possano scrivere come Virginia Woolf, o Roth, o Fosse, insomma uno del mio personale olimpo. Lo so, ma penso che se io volessi scrivere per davvero, beh vorrei essere almeno nel mio personale olimpo. E invece, quando mi rileggo, sorrido, dico che ho scritto qualche bel pensierino, mi piace un giro di un paragrafo, magari ho espresso bene un’immagine che avevo in testa, ma, appunto, ho scritto il tema della maturità. Se fossi brava, brava davvero a scrivere, io vorrei essere capace di creare nella mia testa Mrs Dalloway. Capito perché fatico con i complimenti?
Mi fa piacere quando qualcuno mi legge, mi scrive, mi dice ‘brava’. Poi non è vero, perché anche ieri sono stata redarguita: non accetti i complimenti. Vero, verissimo, e lo so da sempre, ma da poco questa cosa mi si è svelata con una chiarezza quasi fastidiosa. So, a questo punto, che persona sono e in cosa sono brava. Per esempio, non ho nessun problema a dire che sono brava a leggere. Leggo molto, letteratura, da tanti anni. Ho letto gli scrittori giusti, quelli sbagliati, mi sono creata un gusto personale ma che è un gusto riconosciuto e riconoscibile, so cosa leggo, so riconoscerne il valore, so quando uno scrive bene, so dove è debole un libro, o dove un aggettivo andrebbe ricalibrato. Riconosco un prosare superiore e, difficilmente, mi sbaglio. Poi posso non amare un premio Nobel, ma questo è un altro discorso che aprirebbe un capitolo ancora più lungo. So che sono una buona amica e una buona ascoltatrice, mi piacciono le vite degli altri, mi piace ascoltare una confidenza, un’idea, un progetto, mi sembra di avere le parole giuste per rispondere, mi sembra di essere una buona spalla, a volte lo so, lo so e basta. So fare bene altre cose? Certo. Un ottimo risotto. Una crostata perfetta. Scegliere dei bei regali. Insomma so cosa so fare e so quando accettare un complimento, dai lo so. Se mi dici che ho un bel sorriso, sto zitta e sorrido, perché quando rido sono uguale alla mia mamma, perché quando rido, vuol dire che rido davvero, e quando mi fai una foto a seduta a Venezia rido perché sono felice, senza filtri. E non abbasso gli occhi, non mi vergogno, sorrido e ti ringrazio. Quando veniamo alle parole tutto si complica, perché le parole sono complicate. A volte non bastano, spesso non servono, sempre, sempre sono fraintese, interpretate, girate come uno le vuol girare.
Quindi torno al mio non scrivere. Mi crogiolo nelle parole degli altri. Stappo una bottiglia per festeggiare gli anni che passano, certa delle assenze, ancora più certa delle presenze perché mi piace sapere chi si ricorda di me, anche quando passano anni, anche quando ci siamo scambiati solo delle parole che, all’epoca, avevano un significato. Ogni compleanno mi carica di un po’ di delusione, di me, degli altri, di cioè che non è stato, di cosa avrei voluto. Ma più passa il tempo più cerco di concentrarmi su quello che ho avuto, su chi c’è. Su quello che so fare, su come sono diventata. Oggi, il tempo della non scrittura, corrisponde a un tempo di silenzio che dovrebbe anche far parte del tempo della scrittura, dovrebbe riempire gli spazi e l’assenza, per caricare la presenza di un significato più grande. Oggi non ho spento candeline, non ho fotografato un momento, ho bevuto un ottimo vino, vado a una lezione di reformer e poi vado a letto presto, come sempre. Oggi ho scritto un po’, oggi ho trovato il tempo per la scrittura, oggi ho colmato un vuoto e ho misurato le parole.
Buon compleanno Laura, buon compleanno a te, a tutto quello che sei, che non sei, a quello che ti manca, a quello che hai, tienitelo stretto, alle parole che cerchi per spiegarti il mondo, alle parole che hai sempre trovato per gli altri, e anche per te. Buon compleanno Laura, anche se non è mai come ti aspetti, anche se a volte è meglio, anche se arriva l’estate, goditi la primavera, nel frattempo, anche se aprile è crudele, anche se hai imparato che poi torna il sereno, anche se hai imparato la pazienza ma continui a vivere nell’impazienza. Laura, sei tu, sei grande, sii felice, per quanto si può.
