SalTo2026
Nel senso che anche quest'anno salto.
Sono andata al Salone per tanti anni, era uno dei miei piaceri , era un modo per vedere degli amici, per stare in mezzo ai libri. Mi prendevo un giorno di ferie e stavo lì a ciondolare, a bere, a chiacchierare e compravo libri pesanti che mi trascinavo nelle prime shopper di tessuto, quando ancora non erano una moda ma avevano una funzione. L’ultima volta che ci sono andata è stata una festa, come al solito. Mi sono regalata un bell’albergo in centro, una cena con un amico, un treno preso più tardi, una parete gialla carica di ricordi e un libro speciale, in borsa, un regalo, con una dedica altrettanto speciale. Poi sono tornata a casa, stanca, assonnata, felice, tanto felice e con la certezza che quella sarebbe stata l’ultima volta.
Mi piace il mio sesto senso? Certo, come credo a chiunque, e non ci faccio troppo affidamento, ma succede, a volte, di sentire come un brivido alla base del collo e capire che sì, quella volta ci ha preso. E infatti non ci vado più da tanti anni. È uno di quei luoghi del cuore che non vuoi vedere cosa è diventato, con i turisti e le bancarelle e tu te lo ricordavi solitario e luminoso e mi ucciderebbe se non ci fosse più la parete gialla.
Mi manca ogni anno non andarci, mi guardo il programma e trovo una lista di scuse che è sempre ben nutrita: c’è troppa gente, c’è troppo caos, mi stanco e basta, ormai non è più il mio tempo, non ho voglia di andare dall’altra parte del nord Italia. Sono auto giustificazioni che conosco bene, che mi assolvono, che mi fanno sentire adulta e assennata, va tutto bene ma è inevitabile che ci pensi.
Perché Torino è stata tante cose. Un amore, un amore enorme per prima cosa che è quello per i libri e per la letteratura e poi è stata F., che scrittore lo è diventato alla fine anche se molto diverso da quello che mi aspettavo da ragazza, ma che ha lasciato dentro di me un graffio o un ricordo o un pezzo di passato che, ogni tanto, torna e che non fa più male ma che diventa una cosa sola con la me di un tempo, con le mie aspettative e i miei desideri e quel dolore lancinante che è stato allontanarsi. Torino è stata camminare di notte per le strade ghiacciate mangiando un pezzo di pizza e fermarsi a baciarsi ogni secondo e le parole, le sue, che erano piene di futuri e di desiderio. Era tornare a casa in un appartamento condiviso dove Salvatore ci cedeva la stanza più grande e dentro quel letto troppo gelido stavamo così appiccicati che sembrava che le tue parole fossero le mie. Era andare al Lingotto a vedere un film dietro l’altro con i tuoi compagni di classe che facevi finta di amare ma, in fondo, la Holden l’hai amata davvero. Era andare al Salone insieme, anche se mi avevi mollato da poco, perché quello era il nostro posto, e volevo ascoltare Baricco ma tu mi tenevi per mano e io mi sentivo di nuovo io, e poi fuori dalla Sala gialla, quel muro dove mi sono appoggiata per non cadere e mi hai baciato di nuovo, a lungo, e io non sapevo più cosa eravamo se non noi. Torino è stata tutti i libri che mi hai fatto conoscere (e quelli che hai rubato nonostante io volessi comprarteli), tutti gli autori che mi hai raccontato, tutte le poesie che mi hai recitato a memoria, con gli occhi socchiusi e la tua voce che, ancora, è la mia. Ci siamo rivisti dopo tanti anni, uomo adulto, con figli, scrittore fiero e riconosciuto, e così la tua vanità è salva, ma la tua voce è sempre la stessa e non hai mai perso la capacità di raccontare, anche se sono cambiati i miei occhi.
Torino, il Salone, sono parte di un passato, di ricordi solidi, di lacrime alla stazione e di pizza fredda; sono avanzi di cuore abbandonato e cioccolatini nelle tasche; sono due persone che non esistono più, che forse non sono mai esistite se non nella letteratura e nelle parole che ci riempivano la bocca insieme ai nostri baci e ai desideri mai realizzati.
Sono tornata, qualche volta, in città, e ho camminato con gioia, ho rivisto amici e ho bevuto vino rosso, allegra, forse spensierata, ma bastava girare un angolo, passare davanti all’Einaudi e mi passava davanti un’ombra, un ricordo, un pezzo di passato che era ancora lì, impigliato da qualche parte, incastrato tra le pagine dei libri che mi hai regalato. E ogni anno, a maggio, ci ripenso; forse più a quella che ero che a te, al Salone, a Torino, al fiume e alla Gran Madre e alle sere ad aspettare un treno. Il mio pensiero è pieno di tenerezza, per me, per ciò che eravamo, per i nostri sogni, grandi e precisi; per la giovane donna che ero, così determinata e così insicura, e per quello sguardo sulla letteratura che quello no, non è mai cambiato, è diventato ancora più profondo, è parte di me e lo sarà per sempre, senza il bisogno di andare al Salone o di chiamarti per parlare di un libro, tanto non ci piacevano mai le stesse cose. E quella parete gialla che ha sorretto i nostri pensieri e le nostre paure e i nostri baci e quell’abbraccio che non finiva più perché eravamo già finiti noi, beh quella non me lo porterà mai via nessuno, né dal cuore né dalle parole che ho sempre scritto lontano da te ma che, grazie a te, tanto tempo fa, ho trovato il coraggio di scrivere e di far leggere e di non vergognarmi di me e di avere una voce, la mia, capace di dire quello che mi girava dentro e a farmi sentire meno sola.
E adesso il tempo è cambiato un’altra volta, il vento continua a soffiare, questa bora che spinge da est e che sa di freddo e di lontananza, in questo maggio che non sembra maggio non fosse per le rose che, anche quest’anno, riempiono un muro di colori. No, non le ho comprate gialle, di giallo rimane, nei miei occhi, solo la parete del Salone e la mia gioventù di un pomeriggio che non se ne va dai ricordi, nonostante il mondo abbia continuato il suo giro.
Eh madonna santa Laura che è sto pezzo 🥹
Grazie per aver condiviso, grazie per la commozione che mi hai regalato . E’ bellissimo quello che hai scritto.